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martedì 4 settembre 2012

04/09/2012>L'Italia del lavoro: questo è un paese solo per vecchi

I numeri non sono affatto freddi. Anzi, a volte impressionano o addirittura possono far morire di rabbia chi li legge. Come le recenti stime dell’Istat sull’occupazione giovanile nel secondo trimestre (qui il comunicato e i dati integrali). Due le cifre da tenere a mente: 1,5, come i milioni di giovani occupati italiani dai 15 ai 34 anni che hanno perso il posto negli ultimi cinque anni; e 1,3, come i milioni di giovani italiani della stessa fascia di età, che cercano oggi un posto di lavoro, pari al 51,2% dei disoccupati.
A questi poi bisognerebbe aggiungere gli oltre 2 milioni di giovani under 40, stando alle ultime stime disponibili, che hanno scelto la fuga dall'Italia per trovare un lavoro, di cui 350 mila tra i 18 e i 24 anni, 600 mila tra i 25 e i 34 anni e 650 mila tra 35 e 40 anni. In totale fanno circa 5 milioni di giovani, la maggior parte freschi di diploma o di laurea, a cui il nostro Paese non è riuscito a trovare un posto di lavoro, una cifra più grande del numero di abitanti di Roma e Milano messi assieme.
Senza contare il numero degli scoraggiati, ossia di coloro che hanno smesso di cercare un lavoro perché ritengono di non riuscire a trovarlo e che nel secondo trimestre ha raggiunto il suo picco storico dal 2004 a quota 1.664.000 unità.
Creare le condizioni affinché si creino nuovi posti per trattenere dentro i confini queste forze lavoro è forse la partita che l’Italia dovrà vincere per tornare ad essere competitiva e non sprofondare invece in una spirale in stile Grecia. Del resto il flusso dei giovani lavoratori italiani verso la Germania dal 2009 al 2011 è aumentato del 6,3%, secondo l'agenzia tedesca del lavoro, una percentuale pari solo a quella dei greci (+6,4%).
Sullo sfondo, emerge uno scontro generazionale che rischia a questo punto di farsi più aspro. Perché i dati Istat indicano non solo un calo degli occupati tra i 15 e i 34 anni, ma anche un aumento di 626.000 unità degli occupati nella fascia da 55 a 64 anni, che nel giro di un anno dal 2011 al 2012 ha registrato un rialzo di ben 226.000 unità (+8%).
L'aumento dell'occupazione più adulta con almeno 50 anni a tempo indeterminato, inoltre, "si contrappone al persistente calo su base annua di quella più giovane e dei 35 - 49enni", prosegue l’Istat in una nota, mentre due terzi dei lavoratori più giovani (under 35) risulta avere un contratto a termine. Nella fascia da 55 a 64 anni, inoltre, si assiste anche a una riduzione degli inattivi, "presumibilmente rimasti nell'occupazione dati i progressivi maggiori vincoli per l'accesso alla pensione".
Come si spiega, dunque, questo divario? Certo, da oltre un anno la crisi morde la finanza e a cascata il sistema produttivo italiano con inevitabili conseguenze sull'occupazione. Ma le cause sono anche altrove. Chi si opponeva alla riforma Fornero mesi fa, diceva che, pur allineandoci con gli altri paesi europei, alla fine a rimetterci sarebbero stati soprattutto i più giovani, i quali avrebbero visto slittare ulteriormente il loro ingresso nel mondo del lavoro.
E guardando i dati è difficile non notare come la forchetta generazionale nel mercato del lavoro si sia ampliata proprio nell'ultimo anno, anche in seguito alla riforma previdenziale che ha allungato l’età pensionabile, limitando così il numero di posti disponibili e il ricambio all’interno delle stesse aziende.
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http://economia.panorama.it/italia/italia-lavoro-paese-per-vecchi
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(CA)